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La
rivista del mese
MA SE NON LI AIUTIAMO NEMMENO A CASA LORO.... |
Si
sente spesso ripetere, da politici nostrani e meno, che bisognerebbe
aiutare le persone dei Paesi più poveri a casa loro per evitare
che si riversino nelle nostre città. Un proposito che potrebbe
avere anche qualche fondamento, se alle parole seguissero i fatti.
Invece … Invece accade che gli aiuti destinati ai Paesi poveri
siano “poco trasparenti”, non puntuali, a “rischio
dispersione” con promesse sulla lotta alle malattie e alla fame
non mantenute.
L’Italia
si colloca all’ultimo posto in termini di generosità dopo
Grecia, Portogallo, Malta e Cipro con solo lo 0,16% del Pil (Prodotto
interno lordo) destinato all’aiuto pubblico ai Paesi in via di
sviluppo, a fronte di una media europea dello 0,44%.
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Eppure l’Italia aveva fatto tante promesse, come quelle
pronunciate un anno fa, durante il G8 quando “si era impegnata a
contribuire con 450 milioni di dollari all’Aquila Food Initiative
(Afi) per presentare un piano di fattibilità del riallineamento
nazionale per i livelli di aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) e per
saldare i debiti al Fondo Globale per la lotta ad aids, tubercolosi e
malaria”. Spenti, invece, i riflettori all’Aquila,
l’Italia “ufficiale” sembra essersi dimenticata della
cooperazione allo sviluppo. “Se le parole nutrissero - è
detto in un video che ricorda le promesse fatte al G8 - la fame sarebbe
sconfitta”. La “crisi degli aiuti” non può
essere giustificata solo “con la difficile situazione
economica”, ma è da attribuirsi “anche a scelte
politiche” del governo italiano. Nello studio vengono citati,
infatti, Paesi che hanno accresciuto il loro livello di aiuto, in
primis Stati Uniti (+5,4%) e Gran Bretagna (+12%). Invece con la
riconferma del taglio drastico del 2009 (-56% rispetto 2008) alla
cooperazione allo sviluppo, l’Italia sarà “il
maggiore responsabile” dell’ammanco di 15 miliardi di
dollari per il raggiungimento dell’obiettivo collettivo che
l’Unione Europea si era data per il 2010”: portare gli
aiuti allo 0,56% del Pil. Ma l’Italia è bocciata anche per
la “qualità” del sostegno prestato, perché i
fondi “rischiano di disperdersi”, come confermato dalle
interviste a organizzazioni che operano in Afghanistan, Libano e
Mozambico.
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